Dossier Terzo Settore

Tra Stato e Mercato la parola passa al Terzo Settore

3 minuti di lettura

Se non ci fosse il Terzo Settore le sorti e la crescita di un Paese non potrebbero andare avanti. È una legge ferrea. Infatti, di fronte alla crisi del mercato che non riesce più a risolvere tutti i bisogni di una comunità, di fronte alle difficoltà dello Stato a mantenere i servizi e a soddisfare il Welfare, restano altri due soggetti che sono già scesi in campo: la criminalità organizzata e il Terzo Settore. 

Per questo sappiamo da che parte stare. Ma come si possono sostenere una richiesta crescente di Welfare e l’arrivo di nuovi bisogni delle comunità, se non con un Terzo Settore vivo e dinamico e non autoreferenziale? 

Questa è la risposta sottesa nella lucida ed efficace frase di Jeremy Rifkin, che ci spinge a competere e a migliorare la relazione tra domanda e offerta di economia civile e sociale. 

Competere deriva dal latino, cum-petere, e indica il comune obiettivo a cui tendere. Ma per farlo in modo concreto occorre avere le giuste competenze (ancora cum-petere). È questa la sfida in corso in questo momento. Per vincere è necessario lavorare e trovare soluzioni, con tutto il mondo del non profit.

Per reggere il cammino al Terzo Settore serve mantenere una grande autonomia, soprattutto culturale, una capacità di monitorare i bisogni, che sono in drammatico aumento mentre si restringono le risorse pubbliche. Il non profit non può vivere solo delle esternalizzazioni del sistema pubblico e delle sue restrizioni. Il Terzo Settore deve saper leggere i segnali deboli e concentrarsi sui bisogni emergenti, attraverso un’operazione di monitoraggio sugli invisibili. E deve anche aprirsi a nuove e creative fonti di finanziamento, mantenendo tutta la sua autonomia. Il dilemma continua a porsi tra mantenimento di una forte identità e il rischio di una strisciante autoreferenzialità. 

Infine, l’altra sfida da combattere è la frammentazione, che abbassa l’efficacia delle azioni privilegiando le politiche di bandiera. Un protagonista dello sviluppo economico e occupazionale come il Terzo Settore non può accontentarsi delle micro-azioni, per quanto simboliche ed esemplari, ma deve impegnarsi a creare e a fare sistema. 

Numbers. Il Terzo Settore e i suoi numeri

Secondo l’ultimo rapporto Istat, in Italia il Terzo Settore cresce. Al primo gennaio 2019 le istituzioni non profit attive in Italia sono 359.574. Complessivamente, i dipendenti nel settore sono 853.476 e sono destinati a crescere. Le istituzioni non profit in Italia aumentano con tassi di crescita medi annui intorno al 2%, mentre l’incremento dei dipendenti, pari al 3,9% tra il 2016 e il 2017, si attesta all’1,0% nel biennio 2017-2018. Rispetto al complesso delle imprese dell’industria e dei servizi, l’incidenza delle istituzioni non profit continua ad aumentare, passando dal 5,8% del 2001 all’8,2% del 2018. 

Le istituzioni non profit. Aumentano di più nel Mezzogiorno, i dipendenti diminuiscono nelle Isole. Nel 2018, le istituzioni non profit crescono a un ritmo più sostenuto nelle Isole (+4,5%) e al Sud (+4,1%), in particolare in Sardegna (8,9%), Puglia (7,8%), Calabria (6,8%) e Basilicata (3,8%), mentre il Molise è l’unica regione in cui si riducono (-4,4%). La distribuzione territoriale permane piuttosto concentrata, con oltre il 50% delle istituzioni attive nelle regioni del Nord (27,1% nell’Italia meridionale e insulare). La diffusione del settore non profit è comunque in aumento nel Mezzogiorno.

Le Fondazioni. In crescita soprattutto le Fondazioni. Tra il 2017 e il 2018, ad eccezione delle cooperative sociali che permangono sostanzialmente stabili (-0,1%), le istituzioni non profit aumentano pressoché in tutte le forme giuridiche, in particolare tra le Fondazioni (+6,3%). L’associazione è la forma giuridica che raccoglie la quota maggiore di istituzioni (85,0%), seguono quelle con altra forma giuridica (8,4%), le cooperative sociali (4,4%) e le Fondazioni (2,2%).

I dipendenti. Aumentano maggiormente nelle cooperative sociali (+2,4%) e nelle Fondazioni (+1,9%); al contrario, diminuiscono tra le associazioni (-3,0%). La distribuzione dei dipendenti per forma giuridica resta piuttosto eterogenea, con il 53,0% impiegato dalle cooperative sociali, il 19,2% dalle associazioni e il 12,2% dalle Fondazioni. 

Il fascino discreto di cultura, sport e ricreazione. Due istituzioni su tre attive in cultura, sport e ricreazione. Rispetto al 2017, le istituzioni non profit che presentano un incremento più elevato sono quelle della tutela dei diritti e attività politica (+9,9%), dell’assistenza sociale e protezione civile (+4,1%), della filantropia e promozione del volontariato (+3,9%) e delle relazioni sindacali e rappresentanza interessi (+3,7%). La distribuzione delle istituzioni non profit per attività economica rimane pressoché invariata, con il settore della cultura, sport e ricreazione che raccoglie quasi due terzi delle unità (64,4%), seguito da quelli dell’assistenza sociale e protezione civile (9,3%), relazioni sindacali e rappresentanza interessi (6,5%), religione (4,7%), istruzione e ricerca (3,9%) e sanità (3,5%).

Quanti sono gli ENTI NON PROFIT e quanti DIPENDENTI hanno?

20012011201520162017
Numero di Istituzioni non profit235.232301.191336.275343.432350.492
Dipendenti delle istituzioni non profit488.523680.811788.126812.706844.775
In % sul numero di imprese dell’industria e dei servizi di mercato5,86,87,77,88,0
In % sul numero di dipendenti delle imprese dell’industria e dei servizi di mercato4,86,06,96,97,0
Fonte Istat (Struttura e profili del settore non profit, 11 ottobre 2019)

Qual è la forma giuridica degli ENTI NON PROFIT e in rapporto ai DIPENDENTI?

IstituzioneEnti v.a.%Var. % 2017/2016Dipendenti v.a.%Var. % 2017/2016
Associazione riconosciuta e non riconosciuta298.14985,12,0169.30320,09,3
Cooperativa sociale15.7644,51,1441.17852,22,9
Fondazione7.4412,1-0,9101.92812,13,8
Altra forma giuridica29.1388,33,5132.36615,71,1
Totale350.492100,02,1844.775100,03,9
Fonte Istat (Struttura e profili del settore non profit, 11 ottobre 2019)
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