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Terzo Settore: il dibattito in corso

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Coniando nel 1973 il termine “Terzo Settore”, Amitai Etzioni ha anche dato titolo e forma al dibattito (che c’era già) sulle attività al confine tra Stato e mercato.

Per Etzioni il Terzo Settore è un settore alternativo, separato e in equilibrio tra lo Stato e il mercato, considerati a loro volta settori separati: se qualcosa non è governato né da logiche di mercato né da una catena di comando burocratica, deve far parte del “Terzo Settore”. Ma non tutti pensano che Stato e mercato siano separati e che il mercato esista e definisca autonomamente, da sé i suoi confini (per es. Stigliz).

Il dibattito continua a ruotare intorno a due questioni:

•  se il Terzo Settore debba essere (e possa essere) un cuscinetto/cuneo che allontana i confini tra Stato e mercato e ne occupa lo spazio liberato, o sia invece l’area di intersezione tra Stato e mercato;

•  quanto possa essere libera e ampia la terzietà e autonomia del Terzo Settore.

Non sono questioni astratte, perché cambiano il modo di trattarne altre e altrettanto cruciali: concorrenza, fiscalità, arretramento dello stato da certi compiti.

Per esempio, come qualificare un operatore economico che agisce nel mercato, ma con regole diverse dalle regole di mercato, rinunciando al profitto? È un concorrente sleale? È un benefattore perché fornisce servizi o prodotti a un prezzo per alcuni altrimenti non accessibili?

O ancora, se un soggetto con la sua azione fa risparmiare costi alla collettività svolgendo compiti sociali dei quali c’è deficit, dovrebbe essere premiato? Una stazione appaltante pubblica (lo Stato) dovrebbe preferirlo ad altri operatori economici che invece devono distribuire utili?

Negli ultimi vent’anni a livello europeo si è imposto il criterio “niente deve essere sottratto al mercato regolato” e “l’impresa come solo modello organizzativo”: il Terzo Settore è quindi visto come intersezione, ritaglio del mercato, come operatore economico da trattare come eccezione nella fiscalità di vantaggio e nella concorrenza, aprendo anche alla sua finanziarizzazione (come i fondi di investimento destinati alle imprese sociali previsti con il Regolamento (UE) N. 346/2013).

La discussione sull’attuazione della riforma del Terzo Settore in Italia ha seguito la traccia europea, con complessità normative amplificate: il Terzo Settore sembra restare una zona smilitarizzata contesa tra più attori che cercano di spostare in proprio favore la linea di confine.

Talvolta si tratta di attori poco convincenti che mostrano obiettivi e interessi contraddittori, come imprese profit che si candidano a diventare sociali, entità non profit che si lanciano in spericolate, aggressive operazioni di mercato. Accanto, iniziative di sincero volontariato chiudono per paura di dover diventare altro.

Ci sono anche esempi di segno diverso: imprese che decidono di investire nel sociale, nella cultura, nella ricerca senza bisogno della motivazione di una fiscalità di vantaggio o di recinti privilegiati di mercato.

È evidente la necessità di proseguire nel dibattito – e di alzarne il livello – continuando nel frattempo ad agire e a sperimentare.

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